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404. porta coeli contemporary art programme prize
Rivelare o scomparire, difendersi o offrirsi vulnerabili, analizzare per comprendere il generale o frantumarlo irrimediabilmente fino all’illeggibilità. Percorsi transdisciplinari, aperti, carichi di incertezze e di istanze per il futuro. In uno sguardo trasversale sulla storia dei linguaggi artistici, operano sulle minuterie, sulle raffinatezze, sulle parcellizzazioni, per giungere a una processualità di straordinaria specificità che sia intimamente connessa con uno specifico senso dell’essere al tempo presente. Condensano una posizione precisa e strategicamente “debole”, melanconica e non interventista, del reagire e dell’agire in tempo di crisi.
Figura intera 13032023, 2023
fotografia offcamera
cm 120 × 120
Francesca Piovesan (1981) è nata ad Aviano (Pordenone). È diplomata in Decorazione all’Accademia di belle arti di Venezia. È stata finalista all’Exibart Prize (2023), al Lynx Prize (2019), al Premio Fabbri (2013) e vincitrice del Premio Camum (2015). Ha esposto in importanti istituzioni d’Europa, tra cui a Gudhjem (Danimarca), Rijeka (Croazia), Cetinje (Montenegro), Tirana (Albania), oltre che a Villa Torlonia (Roma), Museo Pino Pascali (Polignano a mare), Magazzino del sale 3 (Venezia). Ha all’attivo tre mostre personali, a Roma e Milano. Figura Intera 13032023 è una riflessione sul senso originario della fotografia analogica, fatta di tracce e di testimonianze di presenza. L’immagine, in questo caso, emerge però senza la mediazione di un dispositivo fotografico: un nastro adesivo preleva una traccia della pelle dell’artista per poi riportarla a reagire con il nitrato d’argento. Pezzo per pezzo, in un mosaico o un caleidoscopio, si produce un ritratto per contatto della “figura intera” dell’artista, precisa e inattendibile al contempo, umana e disumanizzata. Le due superfici sensibili, fotografica e umana, chimica e biologica, stabiliscono un assurdo rapporto di impossibile reciprocità.
Deimatico, 2021
azione performativa n, zero, 10′ 5 frame fotografici carta Hahnemühle
cm 20 × 30
fotografie di Massimiliano Camellini
Alice Padovani è nata a Modena (1979). Laureata in Filosofia e in Arti visive, dopo aver lavorato nell’ambito del teatro contemporaneo si dedica alle arti visive. I suoi lavori fanno parte di alcune importanti collezioni, tra cui Museo civico di Modena, Reggia di Caserta, MuDi Taranto. Non legata a un medium preferenziale, la ricerca di Padovani crea wunderkammer e tassonomie, tra meraviglia e analisi, rapimento e anatomizzazione, con un approccio che definisce “neosettecentesco”. Parla, in sostanza, del modo in cui gli umani si rappresentino nel mondo attraverso i dispositivi culturali, talvolta crudeli, che adoperano per produrne rappresentazioni. Anche la performance Deimatico è una di quelle azioni che rivelano le proiezioni dell’uomo sulla sfera del naturale: l’artista, accovacciata, è ricoperta di spine, a richiamare la funzione archetipica della difesa, della precarietà, di ciò che annuncia pericolo perché vive il pericolo. Durante il corso dell’azione, questa pelle verrà progressivamente staccata dal corpo, e con essa le spine: l’Io è sotto quelle spine, o le spine sono esse stesse parte dell’Io? Cosa accade quando dopo questa liberazione offriamo la nostra vulnerabilità al mondo?
